Leopardi e l’angoscia

 

Michele Canalini
Edizioni Quattro Venti – Urbino 2015

Annamaria Granatelli

L’angoscia è un tema fin troppo familiare alla nostra epoca. Come ha detto Ernst Junger, un pensatore che ha attraversato nella sua interezza il XX° secolo, il secolo delle tempeste d’acciaio: “chi non ha sperimentato su di sé l’enorme potenza del niente e non ne ha subito la tentazione conosce ben poco della nostra epoca”.

LeopardiE forse proprio l’angoscia che ha invaso il mondo moderno, permette oggi la riscoperta della grandezza del genio di Leopardi, uno di “quegli uomini straordinari e sommi che danno colle loro opere un impulso allo spirito umano e cagionano un suo notabile progresso “ per usare le parole dello stesso Leopardi.

Emanuele Severino ha visto in Leopardi, e in primis nell’autore dei ‘Pensieri’ (così Severino chiama per rispetto l’opera che ironicamente l’Autore stesso aveva chiamato ‘Zibaldone di pensieri’ con cui oggi viene comunemente designata), un grandissimo filosofo, un uomo avvezzo alla meditazione e come tale anche un grande poeta (nel senso etimologico del termine) dall’intuizione folgorante, che si era staccato dall’opinione comune degli uomini del suo tempo, ammaliati dalla credenza nelle ‘magnifiche sorti e progressive’, che non avevano il coraggio di guardare negli occhi il vero angosciante con cui inevitabilmente avrebbero dovuto scontrarsi, rimanendone schiacciati per la loro pochezza.

Ma Leopardi dialogava fin dalla più giovane età, più che con i pochi contemporanei capaci di intuirne la genialità, con i grandi autori antichi della Grecia che aveva iniziato a tradurre appena adolescente: i filosofi greci, i tragici, Eschilo per il quale la saggezza nasce dal dolore, i lirici.

Nel suo saggio dedicato a Leopardi e l’angoscia, Canalini, si sofferma inizialmente (“Disperazione e vanità universale come approdo al niente”) sui temi legati al vissuto personale dell’autore di cui ci danno una testimonianza poetica altissima gli Idilli e le Operette morali. Il saggista, riporta i versi tratti dall’Ultimo canto di Saffo:

Placida notte, e verecondo raggio
Della cadente luna; e tu che spunti
Fra la tacita selva in su la rupe,
nunzio del giorno; oh dilettose e care
mentre ignote mi fur l’erinni e il fato,
sembianze agli occhi miei; già non arride
spettacol molle ai disperati affetti

Vogliamo sottolineare come il sentire il limite imposto dalla natura, il male che inevitabilmente è dato in sorte ai mortali abbia affinato dolorosamente la sensibilità del poeta facendogli percepire la vibrante bellezza di ciò che è caduco, dell’illusione.

Anche in questi pochi versi, ‘i disperati affetti’, le ‘erinni’ e il ‘fato’ hanno pur fatto nascere un’espressione poetica che, al di là del tempo, è capace di consolare come un balsamo magico l’angoscia gli animi inariditi dell’età contemporanea persa nell’affannosa ricerca di una felicità tutta affidata al progresso tecnologico.

Nel secondo capitolo, Dal primo amore alla prima angoscia, seguendo la lezione di Severino, il saggio si sofferma sul ‘nulla’ vissuto da Leopardi come categoria ontologica, in netto contrasto con la sua epoca, accecata dal pensiero illuminista, che glorificava la ragione facendone un sinonimo della tecnica e cioè del nulla.

In, La definizione dell’angoscia: un’interpretazione neopositivista, Canalini procede ad una ricerca lessicografica della parola angoscia, per sottoporre il valore della parola alle regole della logica sintattica, secondo la maniera neoempirista.

Si passa quindi a una panoramica di quegli autori che hanno affrontato il tema dell’angoscia, da Lucrezio a Kirkegaard e Heidegger, fino agli autori della psicoanalisi.

L’ultimo capitolo è dedicato all’accostamento tra Leopardi ed Epitteto. Canalini nota come Leopardi guidato dalla lezione del filosofo stoico, da lui personalmente tradotto nel freddo e difficile inverno 1825-26 che aveva aggravato le sue condizioni fisiche, sperimentasse un forma di distanziamento atarassico dall’urgenza del dolore e di ciò che poteva far sorgere angoscia. Dunque ancora e soltanto noia! Ma, come fa notare Canalini, dobbiamo leggere quanto a proposito dice lo stesso Leopardi « La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani. [… ] immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che si fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana (LXVIII) ». E capiamo allora che tale noia testimonia nobiltà di sentimento. «Solo i grandi uomini la possono sperimentare. Come Torquato Tasso. Come Giacomo Leopardi » (p.87).

Vogliamo ancora soffermarci su un concetto che Canalini riprende da Bodei, e presente anche in Severino, quello di ‘ultrafilosofia’ come quell’ unità di filosofia e di poesia che costituisce l’essenza della nobile natura del fiore del deserto, la ginestra, ultima metafora leopardiana ad indicare l’essenza dell’uomo stesso. Questo concetto ci sembra euristico per la comprensione della grandezza di Giacomo Leopardi, non solo della sua filosofia, ma di tutta la sua opera, perché crediamo che su tutta la sua opera soffi forte lo Spirito, quella ‘intelligenza del cuore’ che fa sentire anche l’assoluta necessità delle illusioni che mai debbono essere considerate qualcosa da distruggere, perché anzi possono essere proprio la vera via attraverso la quale l’uomo arriva a ‘vedere’ la verità del destino e a farsi ‘custode dell’essere’.

Perché come dice Hölderlin, altro grandissimo poeta dalla vita tragica: “ma quel che resta lo fondano i poeti”.

Annamaria Granatelli