Il labirinto di Ermete

12 ottobre 2018

Ezio Albrile
Edizioni Ester

Il «conoscere se stessi» è un imperativo della contemporaneità: abbiamo bisogno di ricette tranquillizzanti che restituiscano i nomi alle cose, che disattivino i dispositivi narcotizzanti del potere di turno. Proprio per ritrovare un uso incontaminato delle cose, a migliaia riscoprono l’Oriente dimenticando l’Occidente, verso le profondità dello spirito, ignorando le radici di una cultura. L’Oriente è un anestetico contemplativo, così come il rapporto con il Maestro, anche se si deve ucciderlo.

Si tenta l’abolizione dei confini tra veglia e sogno, cielo e terra, uomini e dèi. Il mondo non è solo un teatro, con il nostro io che recita se stesso. Molto di più, è una individualità multipla che non riconosce più se stessa. In 1984, Orwell racconta l’invenzione di una lingua semplificante, utile al potere per ridurre la capacità di espressione della gente. Se uno non sa dire il proprio disagio, non saprà neanche conoscerlo. I twitter della modernità preparano questo nuovo idioma. Il paradosso della stupidità è questo: credere di sapere come stanno le cose, pur di venire a patti con un mondo complesso, rimuovendo la ricchezza che non vogliamo più riconoscere. In tempi non sospetti, fedi «misteriche» come l’ermetismo o lo gnosticismo hanno tentato di dare all’uomo una possibilità per liberarsi da tutto questo.

Vogliamo vedere ciò che ci circonda per quello che è, uno spazio intermedio che chiamiamo realtà ma che di fatto è un inganno.