Borges, le rose e Aristotele

Giuseppe Lampis

*

Jorge Luis Borges El hacedor (1960)

(traduzione italiana di Giuseppe Lampis, inglese di Kenneth Krabbenhoft 1999)

1

Cuarteta

Murieron otros, pero ello aconteció en el pasado,
que es la estación (nadie lo ignora) más propicia a la muerte.
¿Es posible que yo, súbdito de Yaqub Almansur,
muera como tuvieron que morir las rosas y Aristóteles?

de Diván de Almotásam el Magrebí (siglo XII).

Altri morirono, ma accadde nel passato,
la stagione (nessuno lo ignora) più propizia alla morte.
Possibile che io, suddito di Yaqub Almansur,
muoia come dovettero morire le rose e Aristotele?

Other people died, but all that happened in the past,
the season (everyone know) most propitious fordeath.
Can it be thatI, subject of Yaqub Almansur,
Shall die as the roses have died, and Aristoteles?

*

I morti appartengono a una sfera separata e lontana, il passato. Riguarda altri, non noi.

Come potrebbe darsi, allora, che un presente e vivo abbia la sorte di trovarsi lì, oltre il confine della realtà in atto, nell’aldilà, pur avendo ora l’essenza di vivo? Come potrebbe accadere che un vivo e presente finisca per entrare in un quel tempo sprofondato e appartenere ad esso in un modo essenziale, non essendo più quello che pur è, ora?

Jorge Luis Borges

Le rose e Aristotele sono «gli altri», queste due vite racchiudono nell’unione della loro caratteristica esistenza coloro che sono andati laggiù.

Le rose e Aristotele, esistenze perfette da vive, tuttavia ormai appartengono alla lontananza e abitano laggiù. Un vivo, ancorché perfetto, passa, può passare da qui in quella separatezza: come è possibile?

Com’è possibile la morte?

Il poeta esprime la tensione fra due tempi. O la tensione del tempo tout court. La quartina è molto concentrata, la domanda che lancia è compatta, nel suo prisma si rifrangono vari colori: dolente, inquieta, colta, riflessiva, leggera e nel tempo stesso atroce; è il fine distillato di una lunga riflessione.

Il poeta non sta accarezzando una malinconia, non sta suonando la corda del sentimento del crepuscolo. Nella sua domanda, nella sua inquietudine, si presenta un tema di ben maggior densità. In questo tema si associano in un destino comune le rose e Aristotele, il fiore più bello ed effimero e il sapiente enciclopedico sintesi di una delle più alte e intense civiltà umane. La rosa è di breve vita e fragile, Aristotele è un gigante sconfinato, eppure la potenza che rappresentano ed esprimono non dipende dal tempo.

Nonostante tutto, ci deve essere – sospetta (o suggerisce) il poeta – una legge che lega il presente al passato.

La morte riguarda altri, non noi. Per una ragione intrinseca, riguarda sempre gli altri.

Come potrebbe accadere, allora, che io divenga un «altro»? Come potrebbe darsi, se sono necessariamente intrecciato con un mondo intero? Dovremmo, e potremmo, tutti assieme con il mondo a noi comune allontanarci in quella regione?

Il suddito orgoglioso ed egregio di Yakub Il Vittorioso si chiede perché gli tocchi di morire. Qual’è la ragione di un tale incongruo destino? In particolare, perché dovrà morire, sia pure nella splendida forma delle esistenze più alte che si conoscono e ammirano?

Morire equivale a trasferirsi in una sfera lontana. Morire significa entrare nel passato. Anche i viventi più alti e perfetti, una volta morti, si allontanano in una regione sfuggente.

Nel momento stesso che il dignitario arabo sente di appartenere a un’impresa dal valore imperituro, sente che il passato riguarda gli altri.

Il tema sotteso alla quartina è la dialettica passato–presente, corrispondente alla dialettica tempo–eterno. Chi sta in un presente splendido (Al Mansur è il fondatore di Baghdad) non riesce a vedersi nel passato. La morte è, o dovrebbe essere, estranea a chi vive, eppure anche le rose e Aristotele, per quanto vite perfette, hanno patito la morte e stanno nel passato.

 

D’altro canto, la rosa (il centro prorompente del cosmo che si apre armonico) e Aristotele (il pensiero del vero nella sua massima espressione) stanno nel passato e però sono presenti, con una presenza che è inquietante proprio in quanto sono morti. Sono morti e dovrebbero essere passati, eppure…

Inoltre, Aristotele è il filosofo che richiama la dialettica possibilità–realtà, la dialettica che sostiene gli altri due temi soprarichiamati della quartina. Passato–presente, tempo–eterno, possibilità–realtà sono gli abissali concetti trattati da Aristotele che tuttavia è morto, è passato.

Deve esserci una chiave segreta da scoprire, per aprire l’enigma: proprio chi ha raggiunto la sintesi tra tempo e eterno muore. Non sarà, allora, desiderabile morire, precisamente per essere stati perfetti?

La domanda del poeta sottintende nell’intimo: riuscirò? Mi spetta?

In fondo, in modo coperto, il poeta esprime il sentimento di sentirsi appartenere inevitabilmente al passato pur essendo vivo e, anzi, proprio per questa ragione.

2

Le regret d’Héraclite

 ‘Yo, que tantos hombres he sido, no he sido nunca
Aquel en cuyo abrazo desfallecia Matilde Urbach.

 – Gaspar Camerarius, en Deliciae Poetarum Borussiae, VII, 16

Io, che pure sono stato molti uomini, non sono stato mai
quello nel cui abbraccio si perdeva Matilde Urbach.

I who have been so many men have neverbeen
the One in whose embrace Matilde Urbach swooned.

*

Borges propone un indovinello con un apocrifo che finge di aver trovato nell’opera di un umanista prussiano del secolo XVI. (Rivelò poi, in una interview del 1985 che i versi erano, in vero, di suo padre Jorge.)

Incuriosisce il motivo del titolo, Il rimpianto di Eraclito, specie conoscendo il puritanesimo dell’antico filosofo. Voglio dire che il titolo è nel tempo stesso un enigma e la sua soluzione.

La poesia compare alla conclusione de El Hacedor (L’Artefice) e sigilla intenzionalmente la chiave sottintesa all’intera opera.

Borges è il poeta immaginario e questi a sua volta è il filosofo immaginario, tutti e tre, in somma tutti gli uomini, rientrano nell’unico uomo cui, pur avendo vissuto realizzato o pensato in sé molteplici vite o il molteplice della vita, sfuggì l’essenziale irripetibile che compare nel flusso del molteplice.

A ogni modo, è significativo il verbo desfallecir– alla lettera svenire, venir meno. Lo svenimento è parente dell’addormentarsi e del morire, dello sciogliersi della coscienza nell’impersonale o nel sovrapersonale. Eraclito avverte che Dioniso e Ade sono lo stesso dèmone e che l’ecstasi erotica coincide con il salto nella morte.

Che cosa è sfuggito, allora, a quel poeta immaginario, e cioè al poeta tout court?

È sfuggito il punto vero, il punto in cui il massimo di vita fra le braccia di un uomo coincide con l’accesso all’avvolgente omnicomprensivo.

Ma quell’acme del vero non può (e non poteva) non sfuggire per l’intima contraddizione del reale che impone il rovesciamento incessante e infinito di ogni istante.

In ciò si rivela l’insuperabile tragedia della costituzione dell’Artefice. Colui che fa opere, El Hacedor, in definitiva fa il nulla, è l’esecutore del nulla.

Dunque, il vero artefice è l’Altro.

Ignoro se Borges avesse letto a fondo Hegel, ma questa è la tesi della Fenomenologiae la spiegazione della figura della coscienza infelice.

Giuseppe Lampis


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