Il limite, tema cruciale
di filosofie e religioni

Maria Pia Rosati

Nel romanzo La Peste di Albert Camus l’infezione esiziale comincia a propagarsi quasi inavvertita e a poco a poco si impadronisce della città fino al momento in cui gli uomini avvertono che l’intera loro esistenza è minacciata. Si raccolgono insieme ad ascoltare la predica di un prete che, senza giri di parole, affronta il cuore del problema: è arrivato il momento della decisione, o neghiamo tutto o accettiamo tutto. I concittadini, stretti dalla fierezza che emana da quelle parole, accettano.

Mosaico della sinagoga di Bet Alpha: il sacrificio di Isacco
Mosaico della sinagoga di Bet Alpha: il sacrificio di Isacco

Accettare tutto era accettare che il male fosse componente integrale del vivere, prendersene carico e curarlo, senza farne un idolo orrendo davanti a cui prostrarsi sopraffatti dal timore e senza subirlo passivamente come un oggetto inafferrabile.

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Camus era uno scrittore acuto e un filosofo che potremmo riferire alla grande corrente nostra contemporanea che si applicò in prevalenza al valore della limitatezza della condizione umana.

Il problema era divenuto cruciale da oltre due secoli nella filosofia e nella cultura in generale, variamente modulato in ogni suo settore, dalla musica alla pittura, dalla poesia al cinema, dal romanzo alla psicologia.

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Già con Kant si era presentata una dottrina dei limiti della ragione, funzione peculiare dell’uomo.

Vivere il limite ed essere uomo non sono due stati diversi e contrapposti, sono la stessa realtà. Il limite è costitutivo dell’uomo.

Per Karl Jaspers l’uomo sta dentro situazioni–limite, e potremmo dire che l’essenza dell’uomo è una situazione–limite.

L’uomo è di per sé in situazione, non può non essere dentro un mondo e con un mondo, collocato nel tempo e nelle relazioni che lo investono e lo fanno vivere. Per l’uomo ciò è immodificabile. E tutti gli stati in cui si articola il suo trovarsi immodificabilmente in situazione sono situazioni–limite: lo sono il dolore, la mortalità e soprattutto la colpa.

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In che modo Jaspers può parlare di colpa dell’incolpevole? Per quale assurdo motivo l’uomo sofferente e segnato involontariamente dal limite è colpevole?

Siamo a un punto qualificante non solo della filosofia di Jaspers ma dell’insieme della corrente che è attratta dal problema del valore metafisico della limitatezza, della temporalità, della mortalità dell’uomo.

Nel sentire più intimo, la fragilità e l’esposizione al male diviene una macchia, un difetto, un’infezione, qualcosa a cui porre riparo.

In questo malessere lancinante, in primo piano nel nostro tempo, si riapre una ferita antica che attraversa la storia delle religioni, dell’arte e della filosofia.

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Quando e perché la morte è stata pensata come un male?

Per quale ragione è stato possibile che uno svolgimento naturale, caratteristico della vita, sia stato pensato come una ferita, uno sviamento, un aspetto negativo?

L’uomo deve necessariamente vivere il male, la molteplicità, il tempo, il limite. Egli è proprio questo, è questo il suo destino, il suo essere in situazione e in specie nelle situazioni–limite.

L’uomo ha per natura necessaria il male della morte, la sua vita « è » legata alla morte, subita o data perché, allo stesso modo di ogni vivente, consuma o distrugge altra vita a cominciare dalla sua stessa per la legge che i fisici chiamano entropia.

Il peso della colpa, intrinsecamente connaturato nell’uomo e nella formazione della sua coscienza, sembra fatale.

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In che maniera potrà l’uomo sopportare tutto ciò che, essendo naturale e necessario, è nell’orizzonte del divino e dell’essere e che, pertanto, non è un male metafisico?

La civiltà vedica ha portato alle estreme conseguenze la riflessione sul rapporto di derivazione della vita dalla morte. In particolare, ha determinato nell’atto sacrificale il modello della morte originale che dà la vita; atto esemplare di morte feconda perché, compiuto secondo la legge giusta e la procedura corretta, è la ripetizione rituale della creazione.

Sacrificio di Isacco, formella in bronzo  (1401) di Brunelleschi.
Sacrificio di Isacco, formella in bronzo (1401) di Brunelleschi.

La concezione della potenza creativa della morte–uccisione è diffusa nella generalità delle religioni conosciute. Oltre che nell’indiana e nell’iranica, è nell’anima dell’egizia e delle semitiche, della greca, della romana e della germanica e forma il nucleo del mitraismo e del cristianesimo.

Il Veda insegna che il Principio stesso crea mediante il sacrificio di sé. Si tratta di un pensiero ricco di risonanze: il Principio, essendo la fonte assoluta, senza nulla prima di sé, è necessariamente autocreativo, e l’unico modo che ha di autocrearsi è di darsi la morte da sé.

Vivere e morire sono così intrecciati reciprocamente che il Principio stesso è sacrificio.

Sicché, ogni volta che sacrificante e sacrificato coincidono, avremo l’atto perfetto, creativo, vitale, liberatorio.

Il sacrificio è l’atto della riproduzione dell’essere e il suo alimento. In sintesi, la vita è sacrificio e, se è sacrificio, è salva.

Il sacrificio richiama e attualizza il morire inerente al vivere dell’universo e di ogni suo abitante, uomo o dio, pianta o animale e, in quanto elemento fondante di ogni religione tradizionale, è sempre presente, mediato da simbolismi di differente grado di esplicitazione, nei riti del culto e iniziatici.

Con l’ausilio del rito sacrificale (la messa a morte, reale o simbolica, della vittima) l’uomo compie un viaggio angoscioso verso l’invisibile. Egli entra in contatto con la morte e però si sente protetto dall’integrità del rito, dalla purezza del gesto e della parola del sacerdote che attua il sacrificio. Nella scena sacrificale, sebbene in apparenza un luogo qualsiasi, si realizza una potente concentrazione di forze.

Il sacrificio, atto culminante della religiosità vedica e della cultura brahmanica, è anche l’arco portante della grande civiltà indiana e della sua via verso la liberazione dal limite.

Nulla era così grave e implicava con altrettanto rigore la perdita della salvezza come essere esclusi dal sacrificio. La vita da sola non bastava a salvare la vita.

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Jaspers sostiene che la perdita più sconvolgente sia la perdita della civiltà e della cultura in cui ci siamo identificati. Allorché crolla il mondo nel quale gli uomini si sono riconosciuti e hanno vissuto in comune la propria condizione, l’individuo sbanda nel vuoto e ogni dolore diviene penoso fino all’insopportabilità, non esistono più procedure per incanalare l’angoscia, né santi né martiri che indichino una strada aperta.

Spazzate via le spiegazioni condivise che erano alla base del vivere comune, è difficile davanti al dolore « farsene una ragione » e cala una cappa di non senso e solitudine.

La fine della polis è il male peggiore per l’uomo che è limite.

Tuttavia, finita la polis dentro le cui mura familiari abbiamo vissuto, possiamo andare a cercare oltre la cerchia dei vicini un’altra polis, più ampia.

Raggiunta questa nuova polis, lontana e più larga, non ci sono precedenze e nessun pensiero proviene da un altro, tutti si legano su un piano che non ha sequenze lineari ma soltanto compresenze contemporanee, « il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo ».

Là, in questa polis senza luogo e senza tempo, non essendo crollato e tramontato niente, possiamo ritrovarci solidali con una tradizione che ci dà senso e salvezza. Là ci sono sapienti che aspettano le nostre domande se sapremo chiamarli per nome riconoscendoli necessari alla nostra vita.

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Nella sapienza tradizionale sono indicate due possibili vie, in esse si esprime l’alternativa di accettazione o ribellione, sottomissione o protagonismo. O tutto o niente, nelle parole del prete di Camus.

Sentiamo riecheggiare l’amara leggenda del Grande inquisitore che Dostoevskij fa raccontare da Ivan Karamazov al credente Alioscia. Possono gli uomini accettare il tremendo dono della libertà della fede? O la maggior parte di loro, presa dallo sgomento dell’abisso che essa spalanca, finirà con l’asservirsi ancora di più a chi promette la sicurezza terrena e la salvezza da sé stessi?

Ci viene in mente anche la solitaria coraggiosa fede di Jacob Böhme, il « calzolaio di Görlitz » che, accusato di eresia, continuò a credere nella vera libertà e ad aver fede in Dio contro Dio, ritenendo che l’uomo dovesse basare la sua determinazione, il suo processo di individuazione, su un Ungrund, il senza fondo, l’abisso insondabile e indeterminato di Dio, il nulla eterno inesauribile sorgente da cui tutto emana.

Le due vie alternative si sono intrecciate e combattute nella storia delle religioni. I maggiori spiriti si sono confrontati con questo problema.

Ricordiamo la definizione di Heidegger dell’uomo in situazione, Dasein: essere–per–la–morte. Un’identica idea è stata pensata in molteplici maniere dai contemporanei: scacco, naufragio, emozione impossibile.

Essere–per–la–morte tuttavia può venire inteso nell’accezione di « stare sul varco del definitivo ». Riteniamo che questo sia un concetto chiave, il più impegnativo di quelli esposti.

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L’esistenza per Jaspers è votata al naufragio, è un fallimento metafisico.

Essere–per–la–morte vuol dire che l’essenza del vivente è misurata sulla morte o alla morte.

La morte è passaggio di stato, e l’uomo è l’essere per il passaggio. Egli è colui che passa, colui che sta sulla strada.

Con « essere–per–la–morte » Heidegger intendeva affermare quanto sia decisivo il vivere le possibilità aperte e assegnate, e che solo chi le ha compiute ha avuto una vita autentica e, divenuto padrone di sé, ha avuto una morte autentica e ha completato una forma.

Pochi sono, in verità, gli uomini che pervengono ad essere realmente autentici e a morire autenticamente, avendo avuto la forza e la fortuna di eseguire le incombenze di una vera vita.

Per questo si poté dire che il patriarca Abramo al termine della sua missione era « sazio » di vita e non certo per un indefinito estenuarsi dei suoi giorni.

Solo in tal caso il naufragio nell’immenso nulla potrà essere rappacificante e senza risentimento. Il naufragio di una vita risolta, e per questo divenuta irripetibile, avrà allora la dolcezza di cui canta Leopardi.

Maria Pia Rosati


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